L’Italia, si sa, è un paese di tradizioni. E tra queste, la televisione ha sempre occupato un posto d’onore, un focolare elettronico attorno al quale intere generazioni si sono riunite per informarsi, divertirsi e sognare. Eppure, negli ultimi anni, qualcosa è cambiato. L’avvento dello streaming, con la sua promessa di contenuti on-demand e personalizzati, ha scosso le fondamenta di un modello di fruizione che sembrava immutabile. Ma la televisione, quella lineare, con i suoi palinsesti fissi e i suoi appuntamenti irrinunciabili, è davvero destinata a scomparire? I dati più recenti ci raccontano una storia più complessa, un paradosso affascinante che vede la TV non morire, ma piuttosto trasformarsi, adattarsi e, in alcuni casi, persino rafforzarsi, convivendo con le nuove piattaforme digitali in una sorta di ecosistema mediale ibrido.
Il 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025 e le analisi Auditel/Comscore 2024-2025 dipingono un quadro inaspettato: l’Italia si conferma un “unicum” internazionale per il tempo medio trascorso davanti allo schermo. Con una media di 3 ore e 24 minuti al giorno nel 2024, il consumo televisivo nel nostro paese non solo resiste, ma mostra addirittura una leggera crescita (+2 minuti rispetto al 2023) . Questo dato, apparentemente in controtendenza rispetto ad altri mercati europei e nordamericani, ci invita a guardare oltre la semplice dicotomia tra “vecchio” e “nuovo” e a esplorare le sfumature di un panorama mediale in continua evoluzione. Non si tratta più di scegliere tra televisione e streaming, ma di capire come queste due realtà si intreccino, si influenzino e, in ultima analisi, ridefiniscano le abitudini di visione degli italiani. L’articolo che segue si propone di analizzare in profondità queste dinamiche, esplorando il ruolo delle Smart TV, l’impatto dello “streamcasting”, la frammentazione dell’offerta, l’economia dell’attenzione, la sfida dell’informazione nell’era dei deepfake e il cambiamento nel ruolo degli influencer, per delineare un futuro della visione sempre più ibrido e personalizzato.
Il boom delle Smart TV e la “Total Audience”: la rivoluzione silenziosa
La vera rivoluzione nel panorama della visione domestica non è stata solo l’avvento dello streaming, ma la diffusione capillare delle Smart TV. Questi dispositivi, che uniscono la tradizionale fruizione televisiva alla connettività internet, hanno trasformato il salotto degli italiani in un hub multimediale. I numeri parlano chiaro: in Italia si contano ben 23,1 milioni di Smart TV, un incremento vertiginoso del +131% in soli cinque anni . Questo dato è emblematico di come la tecnologia abbia saputo integrarsi nelle abitudini quotidiane, offrendo un accesso immediato a un universo di contenuti che va ben oltre il classico palinsesto televisivo.
L’incremento delle Smart TV ha avuto un impatto diretto anche sul modo in cui viene misurato l’ascolto. Auditel, l’organismo che rileva i dati di audience in Italia, ha risposto a questa evoluzione introducendo, a partire dal 30 dicembre 2024, il concetto di “Total Audience” . Non si tratta più di contare solo gli spettatori della TV lineare, ma di monitorare la fruizione di contenuti video su tutti i dispositivi connessi: televisori tradizionali, Smart TV, PC, tablet e smartphone. Questo approccio olistico è fondamentale per comprendere appieno le dinamiche di consumo attuali, che vedono gli spettatori muoversi fluidamente tra diverse piattaforme e schermi. La “Total Audience” riconosce che l’esperienza di visione è diventata frammentata e multipiattaforma, e che il valore di un contenuto non si esaurisce più nella sua trasmissione lineare.
In questo contesto, emerge con forza il concetto di “Streamcasting”, un neologismo che ben descrive l’integrazione sempre più stretta tra streaming e broadcasting tradizionale. Non si tratta più di due mondi separati, ma di un ecosistema convergente in cui i contenuti televisivi lineari vengono spesso fruiti in modalità on-demand sulle piattaforme di streaming dei broadcaster (come RaiPlay o Mediaset Infinity), e viceversa, i contenuti nati per lo streaming trovano spazio anche sui canali televisivi tradizionali. Questa sinergia permette ai broadcaster di raggiungere un pubblico più ampio e diversificato, offrendo flessibilità nella fruizione e capitalizzando sulla forza dei propri marchi e dei propri contenuti originali. La Smart TV diventa così il crocevia di questa convergenza, il dispositivo che abilita la “crossmedialità” e che permette agli italiani di scegliere non solo cosa guardare, ma anche come e quando farlo.
Streaming: Oltre la novità, verso la maturità
Se la televisione lineare continua a detenere un ruolo centrale, lo streaming ha ormai superato la fase della novità per entrare in quella della maturità, consolidando la sua presenza nelle abitudini di visione degli italiani. Non si tratta più solo di piattaforme globali come Netflix, Amazon Prime Video o Disney+, ma anche e soprattutto del ruolo crescente dei broadcaster nazionali. Piattaforme come RaiPlay e Mediaset Infinity hanno saputo intercettare la domanda di flessibilità, offrendo un vasto catalogo di contenuti on-demand, catch-up TV e dirette streaming, diventando complementari all’offerta lineare e contribuendo a fidelizzare il pubblico .
Questa proliferazione di servizi ha però generato un fenomeno noto come “frammentazione dell’offerta”, che porta con sé la cosiddetta “fatica da scelta”. Gli utenti si trovano di fronte a un numero sempre maggiore di piattaforme, ognuna con il proprio catalogo esclusivo, rendendo spesso difficile decidere cosa guardare e su quale servizio. Questo può portare a un senso di sovraccarico informativo e alla necessità di sottoscrivere più abbonamenti per accedere a tutti i contenuti desiderati, con un impatto significativo sul budget familiare.
È tra le fasce più giovani della popolazione che lo streaming ha compiuto il suo sorpasso più netto. I dati Censis 2025 rivelano che tra i giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni, la fruizione di contenuti digitali ha superato quella della televisione tradizionale. Se nel 2021 il 42,3% dei giovani si informava tramite telegiornali, nel 2024 questa percentuale è scesa al 22,5% . Al contrario, piattaforme come YouTube (22,8% di utenza per informazione) e i motori di ricerca (24,1%) sono diventati i canali privilegiati per l’accesso alle notizie e ai contenuti video. Questo spostamento generazionale evidenzia una profonda trasformazione nelle modalità di consumo mediale, con i giovani che prediligono un approccio più attivo, interattivo e on-demand, lontano dai vincoli del palinsesto lineare.
L’economia dell’attenzione e la solitudine digitale: il prezzo della connettività
L’onnipresenza dei dispositivi digitali e la costante disponibilità di contenuti hanno generato una nuova economia, quella dell’attenzione, dove il bene più prezioso è il tempo che dedichiamo agli schermi. Il 59° Rapporto Censis evidenzia un dato significativo: nel 2025, il 46,1% degli italiani tra i 16 e i 64 anni trascorre mediamente più di 4 ore al giorno utilizzando dispositivi digitali per ragioni non lavorative. Questa intensità di utilizzo è ancora più marcata tra i giovani: il 64,5% degli adolescenti tra 16 e 17 anni passa oltre 4 ore al giorno con lo smartphone in mano, e più della metà delle persone tra 18 e 34 anni segue lo stesso trend .
Questi numeri non sono solo statistiche, ma riflettono un cambiamento profondo nello stile di vita e nelle relazioni sociali. L’immersione costante nel digitale, se da un lato offre infinite possibilità di connessione e intrattenimento, dall’altro può generare un senso di isolamento e dipendenza. Non a caso, il 77,6% degli italiani ritiene che i media digitali siano pensati appositamente per ridurre i tempi di attenzione e creare forme di dipendenza . Una percezione che trova riscontro nel 63,0% degli italiani che si sente molto o abbastanza dipendente dalle tecnologie digitali, con un picco del 71,0% tra i giovani di 16-17 anni .
Di fronte a questa realtà, emerge un desiderio crescente di “disconnessione”: il 65,6% degli italiani sente spesso l’esigenza di staccare la spina . Questo fenomeno, che potremmo definire come una ricerca di equilibrio nel sovraccarico digitale, suggerisce una consapevolezza sempre maggiore dei rischi legati a un uso eccessivo e incontrollato della tecnologia. Lo smartphone, in particolare, si è affermato non solo come strumento di comunicazione, ma anche come un vero e proprio “second screen” che accompagna la visione televisiva, permettendo agli utenti di commentare in tempo reale sui social media, cercare informazioni aggiuntive o interagire con contenuti correlati. Questa multitasking digitale, sebbene arricchisca l’esperienza di visione, contribuisce ulteriormente a frammentare l’attenzione e a rendere più sfumati i confini tra le diverse forme di fruizione mediatica.
L’informazione alla prova dei Social e dei Deepfake: una crisi di fiducia
Il modo in cui gli italiani si informano è stato profondamente ridefinito dall’avvento dei social media e dalla crescente diffusione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale, come i deepfake. Sebbene il telegiornale tradizionale rimanga il mezzo più seguito per informarsi, con un’utenza complessiva del 47,7% della popolazione, la sua egemonia è messa in discussione, soprattutto tra le nuove generazioni . I dati Censis 2025 mostrano un calo significativo nell’utilizzo dei TG da parte dei giovani: tra i 18 e i 34 anni, l’utenza è scesa dal 42,3% del 2021 al 22,5% del 2024 .
Questo vuoto informativo viene rapidamente colmato dai social network e dai motori di ricerca. Facebook è utilizzato dal 36,4% degli italiani per informarsi, seguito dai motori di ricerca online (23,3%), dalle TV all news (18,9%) e dai siti web d’informazione (17,2%) . Piattaforme come Instagram (16,7%), YouTube (15,5%) e TikTok (14,4%) stanno diventando fonti di notizie sempre più rilevanti, specialmente per i più giovani, che prediligono un’informazione rapida, visiva e spesso veicolata da influencer o creator digitali .
Parallelamente a questa trasformazione, emerge una preoccupante crisi di fiducia, alimentata dalla diffusione dei deepfake. Il 60,5% degli italiani dichiara di averne visto almeno uno, con una prevalenza di contenuti di intrattenimento artefatti (27,5%), ma anche informazione manipolata (15,0%) e truffe digitali (11,3%) . Le ragioni di questa credulità sono molteplici: l’eccessiva fiducia nelle fonti online (35,6%), l’alta qualità dei deepfake stessi (28,0%) e la mancanza di competenze per distinguere il vero dal falso (27,8%) .
Le conseguenze di questa esposizione sono tangibili: il 44,9% degli italiani si fida meno dei contenuti online, il 17,2% teme che le proprie immagini possano essere usate per deepfake e il 16,5% diffida dell’informazione proposta online . Questa crescente diffidenza rappresenta una sfida enorme per il giornalismo e per la società nel suo complesso, che deve trovare nuovi strumenti e strategie per garantire un’informazione affidabile e contrastare la disinformazione in un ecosistema mediale sempre più complesso e manipolabile.
Il tramonto dei Macro-Influencer e il ritorno all’autenticità: la ricerca di connessioni reali
Il panorama digitale ha visto l’ascesa e, in parte, il ridimensionamento della figura del macro-influencer. Se per anni queste personalità digitali hanno dominato la scena, catalizzando l’attenzione di milioni di follower e diventando veicoli privilegiati per la pubblicità, i dati più recenti suggeriscono un cambiamento nelle preferenze del pubblico italiano. Il 71,2% degli italiani afferma di non aver mai seguito i macro-influencer, mentre solo il 21,4% continua a farlo . Tra i giovani, la tendenza è ancora più marcata: solo il 12,9% li segue assiduamente, e una quota crescente (10,0%) presta maggiore attenzione alla qualità dei loro contenuti rispetto al passato .
Questo disincanto verso le figure più celebri del web si accompagna a una ricerca di maggiore autenticità e di connessioni più genuine. Il 23,2% degli italiani manifesta una preferenza per i micro-influencer, ovvero creator con un seguito più ristretto ma spesso più ingaggiato e specializzato in nicchie specifiche . La motivazione è chiara: la volontà di vivere un’esperienza più autentica e spontanea, lontana dalle logiche commerciali e dalla patinatura spesso associata ai grandi nomi del settore. Questi micro-influencer, grazie alla loro maggiore vicinanza al pubblico e alla capacità di creare contenuti più verticali e personalizzati, riescono a costruire relazioni di fiducia più solide e durature.
Un altro fenomeno interessante che si inserisce in questo contesto è la migrazione dei contenuti televisivi sui social media. La TV, pur mantenendo la sua centralità, ha imparato a sfruttare le piattaforme digitali per amplificare la propria risonanza. Non è raro imbattersi in clip di programmi televisivi, interviste o momenti salienti di fiction che diventano virali su TikTok, Instagram o YouTube. Questo non solo estende la vita dei contenuti oltre la trasmissione lineare, ma permette anche ai programmi di raggiungere un pubblico più giovane e nativo digitale, che magari non segue la TV tradizionale ma è esposto ai suoi frammenti attraverso i social. È una forma di “TV sociale” che dimostra la capacità del mezzo televisivo di adattarsi e innovare, trasformando i social network da potenziali competitor a preziosi alleati nella diffusione e nell’engagement del pubblico .
Il futuro della visione in Italia, tra ibridazione e consapevolezza
Il panorama mediale italiano, come abbiamo visto, è in piena ebollizione. La dicotomia tra televisione lineare e streaming si è rivelata troppo semplicistica per descrivere una realtà sempre più complessa e sfaccettata. Quella a cui stiamo assistendo è una profonda ibridazione delle abitudini di visione, dove il consumo non è più relegato a un unico schermo o a un unico modello di fruizione, ma si distribuisce fluidamente tra Smart TV, smartphone, tablet e PC, tra dirette e on-demand, tra contenuti professionali e user-generated content.
La televisione tradizionale, lungi dall’essere un mezzo obsoleto, dimostra una sorprendente capacità di resilienza e adattamento. Grazie anche all’innovazione tecnologica delle Smart TV e all’introduzione di sistemi di misurazione più sofisticati come la “Total Audience” di Auditel, il suo ruolo centrale viene riconfermato, seppur in una veste rinnovata. La sua forza risiede ancora nella capacità di aggregare, di offrire grandi eventi e fiction di successo, ma anche nella sua abilità di dialogare con il mondo digitale, trasformando i social media in casse di risonanza e piattaforme di engagement.
D’altro canto, lo streaming ha consolidato la sua posizione, diventando un pilastro irrinunciabile della dieta mediatica, soprattutto per le nuove generazioni. La sua promessa di libertà e personalizzazione ha conquistato milioni di utenti, ma ha anche sollevato nuove sfide, come la frammentazione dell’offerta e la “fatica da scelta”.
In questo scenario, l’economia dell’attenzione diventa il vero campo di battaglia, e la consapevolezza digitale l’arma più potente a disposizione degli utenti. La crescente dipendenza dai dispositivi, la diffusione dei deepfake e la crisi di fiducia verso l’informazione online impongono una riflessione critica sull’uso dei media e sulla necessità di sviluppare nuove competenze per navigare in un ecosistema sempre più denso e, a volte, insidioso. La ricerca di autenticità, che si manifesta nel crescente interesse per i micro-influencer e nella preferenza per contenuti più genuini, è un segnale incoraggiante in questa direzione.
Il futuro della visione in Italia sarà, con ogni probabilità, un futuro di continua evoluzione, caratterizzato da una sempre maggiore personalizzazione, interattività e convergenza. La sfida per i broadcaster, i produttori di contenuti e le piattaforme sarà quella di saper interpretare e anticipare queste tendenze, offrendo esperienze di visione sempre più ricche, coinvolgenti e, soprattutto, significative per un pubblico sempre più esigente e consapevole.
Riferimenti:
Censis. (2025). Il capitolo «Comunicazione e media» del 59° Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2025. Disponibile su: https://www.censis.it/il-capitolo-comunicazione-e-media-del-59-rapporto-censis-sulla-situazione-sociale-del-paese-2025/
Auditel & Comscore. (2025). Presentazione Comscore YIR 2025. Disponibile su: https://brand-news.it/wp-content/uploads/2025/02/Presentazione-Comscore-YIR-2025.pdf